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UN UOMO DUE VITE

 

UN UOMO, DUE VITE

un romanzo di Mario Recchia

UN UOMO, DUE VITE!

(Uno della mala)

di Mario Recchia



Chi è in realtà il feroce assassino della prostituta Virginia?

Riuscirà Ambreus l’austriaco, braccato dalla polizia e a sua volta cacciatore a compiere la propria vendetta,  o soccomberà sotto il fuoco delle forze dell’ordine?

Come si viveva negli anni passati nella zona dei Navigli  milanesi ora regno della Movida,  ove Ambreus era nato  e come da fuggiaschi nella placida Vienna ove aveva incontrato  la tenera e materna Helga?



Il racconto di Mario Recchia, coglie Ambrogio quand’è già un uomo maturo, ultra cinquantenne, non più attivo come rapinatore, il quale vive di rendita, per così dire, nell’appartamento che Virginia ha fatto restaurare in un vecchio edificio di via Ripa Ticinese. Lei fa ancora la vita, e lui se ne sta in casa ad aspettarla, ad ascoltare la musica e a leggere, anche perché ha alcuni vecchi conti da regolare con la giustizia. Tra lui e lei non ci sono mai state questioni di dare e d’avere. Quando Ambrogio ha avuto denaro in abbondanza, ne ha dato a Virginia e le ha fatto dei regali. Lei, come una moglie economa e previdente, pensa a tutto. Lui prende soltanto ciò che gli occorre, che è poco non potendo uscire di casa.

Una sera va cautamente in centro, e quando torna trova Virginia inaspettatamente nuda, nella vasca da bagno, orribilmente trafitta da una moltitudine di pugnalate. Qui comincia la vera tragedia. Orrore, rabbia, dolore e propositi di vendetta, tanti quanti se ne possono immaginare, ma Ambrogio, nelle sue condizioni, che cosa può e deve fare? Deve fuggire arraffando quanto può in contanti e in gioielli. Se non lo avesse fatto lo avrebbero accusato ugualmente dell’assassinio della povera Virginia: Sfruttatore, delinquente abituale, massacra la sua convivente, nota prostituta. Questa è la notizia che diffondono giornali e televisioni e questa vale anche per la gente dei Navigli e per le colleghe di Virginia.

Il romanzo diventa la storia della fuga di Ambrogio, di come riesce ad organizzarla, riparando senza un preciso appoggio a Vienna, con un’identità fittizia di cittadino austriaco, che guida una Mercedes austriaca, la quale ottiene, da un suo vecchio amico falsario. Prima di entrare in Austria telefona in Questura, alla commissario Benivieni, che lo conosce e lo cerca, per dirle come stanno le cose.

Nella città straniera ora Ambrogio è il signor Henric Muller, ha molto denaro e dei gioielli con sé, e per ora sembrerebbe al riparo per un tempo indeterminato e potrebbe riposarsi. Invece non può perché qualcuno gli ha ucciso Virginia e lui ovviamente vuole sapere chi è, vuole capire perché e quindi giustiziarlo. Se Ambrogio non vendicasse Virginia sarebbe uno snaturato per la sua concezione della vita, e dovrebbe vergognarsi di esistere. Inoltre tutta la gente che lui conosce continuerebbe a credere che è stato il massacratore di Virginia a scopo di lucro.

Nello stesso tempo bisogna mangiare, lavarsi, dormire, vivere giorno per giorno in un’abitazione. E una bella vedova viennese, che conosce nella pensione in cui ha preso provvisoriamente alloggio, la quale lo considera ovviamente come l’agiato italo-austriaco Henric Muller, si offre di aiutarlo e di farsi aiutare in ogni modo.

Ci vorrebbe la sensibilità, la genialità e la primitività di un tragediografo antico per descrivere la doppia vita di Ambrogio: da un lato la bella, civile e morbida Helga  che lo aiuta ad accasarsi a Vienna, dall’altro l’imperativo di compiere la vendetta. Ambrogio non può sopportare questa provvisorietà perché sa che prima o poi dovrà sparare all’assassino di Virginia, perire in conflitto a fuoco con le forze dell’ordine o essere incarcerato per moltissimi anni o per sempre, mentre non vuole trascinare Helga nella sua storia, perché non lo merita e probabilmente perché non la capirebbe. Vive parecchi mesi in questo atroce dilemma, ora tentando di allontanare  Helga, ora accettandone la dolcezza, finché una notte, disperato ed esasperato, riparte per Milano. Chissà se potrà mai ritornare da Helga e spiegarle. Quasi certamente no.

A Milano deve muoversi con cautela, da ricercato, e con la paura costante d’essere pedinato; e non ha più nemmeno amici. A Rico, vecchio malavitoso ora riabilitato e titolare d’una trattoria, deve forzare la mano per farsi ascoltare e convincerlo della propria innocenza. Deve aspettare che Nanni, altro suo vecchio amico, esca di prigione, per potergli parlare. Non può camminare per i Navigli e Porta Ticinese perché coloro che lo conoscono lo odiano per la morte di Virginia. Lui praticamente è un perseguitato che perseguita un ignoto nemico.

Nanni, uscendo finalmente di prigione gli offre qualche spiraglio: egli sa già che Ambrogio è innocente, sa che il colpevole è uno che ha voluto consumare una vendetta contro di lui, anche se non ne conosce il nome. Sa soltanto che è un ricettatore.

Quando Ambrogio è ormai privo di contanti, senza poter andare a Vienna per rifornirsi, quando si è ridotto a vivere nell’automobile priva di benzina e a mangiare verdure e frutta di scarto dei mercati rionali, riesce ad individuare l’officina del ricettatore, suo misterioso nemico. Lo vede in faccia e lo riconosce nello stesso momento in cui lo sta arrestando la polizia per ricettazione. Non può permettere che gli venga sottratto e allora, disperato, gli spara, lì, in mezzo ai poliziotti, dove si trova. Spara all’impazzata, senza mirare bene e non ferisce nessuno. Piuttosto viene ferito lui dagli agenti di polizia che rispondono al fuoco.

Sfugge alla polizia e va a nascondersi, passo dopo passo, camminando furtivamente a caso, in un vecchio edificio abbandonato, che forse è quello che rimane dell’orfanotrofio in cui è cresciuto. Lì a poco a poco sta morendo di sete, di fame e soprattutto di febbre (la ferita non curata si è fatta cancrena).

 Ma Un uomo, due vite ha un epilogo inaspettato, dovuto al caso. Due barboni ubriachi scoprono quell'uomo moribondo, lo dicono ad una farmacista e questa telefona alla polizia. Allora comincia la seconda vita di Ambrogio. La stampa parlerà dell’uomo perseguitato ingiustamente per omicidio abbietto, che ha perseguitato a sua volta il rivoltante assassinio. Se ne commuoverà un vecchio giornalista e poi tutti gli altri, la gente dei Navigli e le colleghe di Virginia e anche altre donne, lo saprà pure Helga che si precipiterà a Milano a trovare l’ex Henric Muller, diventato Ambrogio e caduto in un profondo stato di prostrazione, da cui lei lo aiuterà a risorgere, com’è sua vocazione. Ma questa è un’altra storia, quasi autonoma e di diverso stile, è la storia di come la società ha  trattato Ambrogio risorto, uno della mala, che Mario Recchia ha voluto raccontarci da vicino, con profonda penetrazione umana e con un avvincente prosa espressionistica.

la pittrice Daniela Patrascanu

Mario Recchia

copertina

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